Cocurucù! Il progetto continua!
La mostra è finita subito. Il poco tempo è stato quello giusto per mettere un primo punto sul progetto e per avere voglia di proseguire. L’idea, intanto, è di riproporla presto, ampliandola a una riflessione sociologica sugli umori e i vissuti legati ai propri lavori.
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Caterina Satta, sociologa dell’Università di Padova, ha scritto un testo di introduzione alla mostra, che ripropongo qui sotto:
Eccolo:
È un mondo di colori e di fantasia, quello scelto da Elisa Bertolotti per raccontare il lavoro ai tempi della flessibilità precaria. Tempi in cui il lavoro si è frammentato in una pluralità disomogenea di forme e modalità contrattuali. Tempi in cui “se hai 30 minuti ti spiego che lavoro faccio…” e alla fine non è detto che il tuo interlocutore abbia realmente capito. Mancano sempre più le parole per dire del nostro lavoro e dei patchwork lavorativi composti sul filo della passione e di una sopravvivenza retributiva. Una carenza del linguaggio che rivela e produce una mancanza di riconoscimento sociale ed economico di questi lavori e di chi li svolge. In questo vuoto si inserisce il lavoro di Elisa Bertolotti in cerca di un nuovo lessico per dire questo mondo indicibile e farlo emergere paradossalmente attraverso quegli stessi strumenti che simboleggiano nel quotidiano un’affermata posizione lavorativa: i biglietti da visita.
Da una serie di interviste nate un po’ per scherzo e realizzate per più di un anno ascoltando racconti, sfoghi e sospiri sul lavoro di amici, conoscenti e sconosciuti, la sua ricerca si è trasformata in un bel progetto illustrato di biglietti da visita per mestieri immaginati in mostra dal 22 al 27 aprile al Libraccio di Milano all’interno delle iniziative del Fuorisalone 2009.
È nello spazio dato al desiderio che i mestieri nel cassetto prendono forma tra acquarelli e carta grezza e, biglietto dopo biglietto, ci fanno lievitare all’interno di un mondo lavorativo inesplorato. Scopriamo così traiettorie imprevedibili, fili rossi, intrecci tra lavori reali e lavori immaginari e possibili legami tra gli stessi mestieri inventati che come nei più classici biglietti espongono e offrono inusuali competenze.
La scelta ricercata dei colori, ben armonizzati tra forti e tenui, ridà al lavoro quella leggerezza che fa da contrappunto alla pesantezza quotidiana dei lavori veri. Non perché quest’ultimi siano ripetitivi, anzi, le tavole sui lavori veri mostrano come i proprietari di questi biglietti da visita svolgano già lavori creativi e innovativi. Chissà allora cos’è che rende il vivere lavorativo così pesante? Elisa Bertolotti cerca di rispondere a questo quesito non perseguendo il tono della denuncia bensì dando spazio al possibile e al bisogno di evasione. Solleticando i desideri più che le lamentele trova un modo originale e creativo per parlare della nuova questione lavorativa evidenziando al contempo una strada su cui incamminarsi se si vuole vivere il lavoro e non esserne dominati.
C’è luce e c’è vita in questi biglietti. Il tratto semplice ed essenziale evoca il sapore di un lavoro artigianale fatto con cura, con lentezza e sapienza. Così ci sembra quasi di sentire gli odori e i sapori di questi mestieri che tanto hanno a che fare con un godimento olfattivo, tattile, visivo, uditivo e gustativo di cui da lavoratori veri serbiamo solo il ricordo e il forte desiderio. C’è chi assaggia biscotti, chi canta, chi “va a spasso”, chi cerca stelle cadenti o chi semplicemente cerca un materasso comodo per riposare. Emerge una voglia e un forte bisogno di corporeità in un mondo del lavoro fattosi sempre più immateriale e asettico. Questi biglietti sono spie in controluce del malessere di un’umanità che mettendo in produzione le proprie passioni, ponendo al centro del proprio quotidiano lavorativo la comunicazione e le relazioni tra cose e persone sta forse perdendo il filo di comunicazione con sé stessa e il senso di tutto questo lavorare. L’eccesso di astrazione e volatilità di questa società rischia di portare troppo lontano…..Ecco perché, come i biglietti da visita mostrano, quella presenza così forte di pance, di bocche, di nasi e di tutta quella corporeità che ci siamo lasciati alle spalle ma che ancora ribolle dentro di noi.
Con un pizzico di malizia e spirito fanciullesco Elisa Bertolotti tocca il cuore, in senso figurato e non, della questione e mostra dunque delicatamente un altro modo per stare al mondo, attingendo mani e piedi ai nostri desideri. Il suo lavoro ci ricorda nuovamente che nella creatività artistica possiamo trovare spunti per ricucire legami, anche solo acquarellati, tra l’immaginario e l’ordinario che troppo intelletto disincantato rischia di recidere.
Buone spasseggiate!
Caterina Satta
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Bel testo Caterina.
Ben fatto Berto, beh lo sai che questi disegni mi sono sempre piaciuti.
Ma chi l’avrebbe mai detto che dietro a queste trovate scherzose ci fosse tutta questa sociologia? Ah, i segreti dell’arte :)
carol, grazie di avere letto!
essì, sotto il gioco c’è tutta una riflessione sul modo in cui oggi viviamo il lavoro. ora stiamo sviluppando questa parte cercando di darle una forma..