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È un mondo giocoso, di colori e di fantasia, quello scelto
da Elisa Bertolotti per raccontare il lavoro ai tempi della flessibilità precaria.
Tempi in cui il lavoro si è frammentato in una pluralità disomogenea
di forme e modalità contrattuali. Tempi in cui “se hai
30 minuti ti spiego che lavoro faccio…” e alla fine non è detto
che il tuo interlocutore abbia realmente capito. Mancano sempre più le
parole per dire del nostro lavoro e dei patchwork lavorativi composti
sul filo della passione e di una sopravvivenza retributiva. Una carenza
del linguaggio che rivela e produce una mancanza di riconoscimento
sociale ed economico di questi lavori e di chi li svolge. In questo
vuoto si inserisce il lavoro di Elisa Bertolotti in cerca di un nuovo
lessico per dire questo mondo indicibile e farlo emergere paradossalmente
attraverso quegli stessi strumenti che simboleggiano nel quotidiano
un’affermata posizione lavorativa: i biglietti da visita.
Da una serie di interviste nate un po’ per scherzo e realizzate
per più di un anno ascoltando racconti, sfoghi e sospiri sul
lavoro di amici, conoscenti e sconosciuti, la sua ricerca si è trasformata
in un bel progetto illustrato di biglietti da visita per mestieri
immaginati.
È
nello spazio dato al desiderio che i mestieri nel cassetto
prendono forma tra acquarelli e carta grezza e, biglietto dopo biglietto,
ci
fanno lievitare all’interno di un mondo lavorativo inesplorato.
Scopriamo così traiettorie imprevedibili, fili rossi, intrecci
tra lavori reali e lavori immaginari e possibili legami tra gli stessi
mestieri inventati che come nei più classici biglietti espongono
e offrono inusuali competenze.
La scelta ricercata dei colori, ben armonizzati tra forti e tenui,
ridà al lavoro quella leggerezza che fa da contrappunto alla
pesantezza quotidiana dei lavori veri. Non perché quest’ultimi
siano ripetitivi, anzi, le tavole sui lavori veri mostrano infatti
come i proprietari di questi biglietti da visita svolgano già lavori
creativi e innovativi. Chissà allora cos’è che
rende il vivere lavorativo così pesante? Elisa Bertolotti cerca
di rispondere a questo quesito non perseguendo il tono della denuncia
bensì dando spazio al possibile e al bisogno di evasione. C’è luce
e c’è vita in questi biglietti. Il tratto semplice ed
essenziale evoca il sapore di un lavoro artigianale fatto con cura,
con lentezza e sapienza. Così ci sembra quasi di sentire gli
odori e i sapori di questi mestieri che tanto hanno a che
fare con un godimento olfattivo, tattile, visivo, uditivo e gustativo
di cui
da lavoratori veri serbiamo solo il ricordo e il forte desiderio. C’è chi
assaggia biscotti, chi canta, chi “va a spasso”, chi cerca
stelle cadenti o chi semplicemente cerca un materasso comodo per riposare.
C’è voglia e bisogno di corporeità in un mondo
lavorativo che si è fatto sempre più immateriale. Con
un pizzico di malizia e spirito fanciullesco Elisa Bertolotti mostra
dunque delicatamente un altro modo per stare al mondo, attingendo mani
e piedi ai nostri desideri.
Il suo lavoro ci ricorda nuovamente che nella creatività artistica
possiamo trovare spunti per ricucire legami, anche solo acquarellati,
tra l’immaginario e l’ordinario che troppo intelletto disincantato
rischia di recidere.
Buone spasseggiate!
Caterina Satta, Sociologa, Università di Padova